|
domenica, 20 giugno 2004 Periferia degradata Cerina Ristorante - Osteria tipica romagnola Via San Vittore 936, San Vittore di Cesena (FC). Tel.0547/661115. Chiuso lunedì sera e martedì. Premetto dunque che alla Cerina si mangia bene, davvero. Questo perché altrimenti l’incipit di questa recensione sarebbe stato spietato e rischiava di mettere in discussione le indiscusse qualità di questo posto. Tuttavia, dopo aver mangiato alla Cerina, quello che mi resta in mente è il luogo dove sorge questo locale. Siamo a San Vittore, piccola frazione di Cesena, famosa per ospitare il glorioso Vidia, uno dei pochi rock club rimasti in circolazione (e stanno cercando di far chiudere anche questo, per inciso…) e gli stabilimenti dell’ Amadori (“parola di Francesco Amadori”… sì, proprio quello lì della televisione). Praticamente ormai San Vittore è quasi la periferia del centro urbano di Cesena, e come tale ha tutte le caratteristiche della periferia che si rispetti, tra cui un bell’intreccio di strade e svincoli stradali, capannoni e zone artigianali, piccole zone residenziali che rallegrano parzialmente l’occasionale visitatore, un’impressione di latente degrado soprattutto nei pressi della superstrada, una bella rotatoria con in mezzo un cartellone pubblicitario dell’Amadori stessa, una specie di monolite bianco e verde alto un 4-5 metri. Una discutibile opera d’arte che accoglie gli automobilisti che escono proprio dallo svincolo lì davanti. Visualizzate tutto ciò. Ecco, ora metteteci nel bel mezzo la Cerina. Il posto Il ristorante è comodissimo da raggiungere, per carità. Solo che, una volta seduti ai tavoli della piccola veranda che ospita l’osteria, potrete godere di un panorama suggestivo che comprende la suddetta rotatoria, lo svincolo, la superstrada, la vecchia statale che l’affianca e naturalmente il monolite che vi fissa minaccioso. C’è di che togliervi l’appetito. Almeno c’è un parcheggio interno, piuttosto capiente, che vi evita di parcheggiare l’auto sulla statale (si può fare, ma non è sempre agevole soprattutto nelle sere in cui il vicino Vidia è aperto e dovrete contendere il parcheggio a rocchettari più o meno avvelenati). A parte questo, anche il locale non è nulla di speciale. La Cerina nasce come ristorante per camionisti (è appunto sulla vecchia statale) e si trasforma poi in ristorante per tutti i gusti, anche abbastanza rinomato nella zona di Cesena. Dunque si mangia bene. Da qualche tempo la famiglia che gestisce il locale ha deciso di affiancare alla capiente sala del ristorante anche una piccola veranda, con una cinquantina di tavoli, da destinare ad uso osteria. Così potete scegliere tra il ristorante, con un bel menù classico, con pizza e quant’altro, e l’osteria, con un’atmosfera più raccolta ed un menù tipicamente romagnolo, anche con qualche proposta più raffinata. Comunque nulla vieta di sedersi ai tavoli dell’osteria e poi prendere la pizza. Io e la morosa ci accomodiamo all’osteria, incuriositi dal fatto che il locale sia segnalato sulla guida SlowFood, che tra l’altro campeggia in un cesto vicino all’ingresso. L’aspetto esteriore non mi farebbe scommettere due centesimi sul posto, tuttavia non mi sento di contraddire la mia amata guida (l’unica altra cosa di cui mi fido ciecamente, oltre alla mamma ed alla morosa). Così così i dolci, senza proposte particolarmente stuzzicanti. La mia bavarese al limone con fragole era congelata. E non era nemmeno un granchè. Vabbè… (Piccola nota: cioè, non che la morosa abbia i baffi, non volevo insinuare, è un modo di dire, dai…) Il cameriere anziano invece lo picchieremmo dopo 5 minuti: modi bruschi, sbrigativo, mai un sorriso, tra l’altro riprende un paio di volte il collega giovane davanti a noi per delle stupidaggini. Io lo manderei in pensione, ma poi magari non ho capito niente si scopre che lui è il padrone del locale… Adatto a chi vuol provare la cucina romagnola, quella vera, in un ambiente comunque decente (osteria sì, ma con belle tovaglie di stoffa e servizio attento, per esempio). Per chi non vuol fare troppa fatica a spulciare la carta c’è anche un menù degustazione che parte dalla piadina con squacquerone, passa per le tagliatelle ed arriva alla grigliatona romagnola. Meglio di così. Insomma, ristorante affidabile che nella sua versione da osteria è sicuramente da provare. Magari portatevi una cartolina da guardare al posto del panorama esterno… By: Klaudio | 23:37 | commenti (5) venerdì, 18 giugno 2004 L’aperitivo fighetto Boulevard Cafè Bar - Caffetteria Viale Vittorio Veneto 20, Forlì. Tel. 0543/31113. Chiuso domenica. 2 Giugno, Festa della Repubblica. Io e la morosa passeggiamo per Forlì, città che non offre attrattive particolari ma non sapevamo onestamente dove andare. L’atmosfera è irreale: la città è semi-deserta, il 75% delle persone che incontriamo per strada sono extracomunitari, sulle nostre teste volteggiano un elicottero dei carabinieri e due minacciosi elicotteri dell’esercito (da qualche parte c’è una celebrazione militare della festività repubblicana). Sembra Apocalipse Now… Per stemperare l’atmosfera andiamo a prendere l’aperitivo. Uscendo dal centro ci imbattiamo nel Boulevard Cafè e ci fermiamo. Il posto: E’ un piccolo locale sul Viale Vittorio Veneto, un vero e proprio boulevard cittadino (con le dovute proporzioni, parliamo sempre di Forlì…) recentemente riqualificato, allargato e tirato a lucido. L’impressione è di ariosità e spazio aperto. A mio modesto parere un’operazione urbanisticamente riuscita. Il Cafè è in quasi in stile belle epoque, con arredamento moderno e decorazioni in ferro battuto. Carino, il tipico stile che ormai imperversa in tutti i locali trendy-fighetto-elegante da qui fino a Milano Marittima: linee squadrate, colori semplici e decisi. In questo caso si propende per il nero. Un po’ di posto all’interno, con tavolini alti e sgabelli (ma anche molto posto al bancone) e tavoli con ombrelloni all’esterno, per godersi meglio il traffico dell’antistante viale, presumo. Clientela adeguata: i classici presenzialisti dell’aperitivo, maniaci dell’eleganza e della tendenza. Io e la morosa sfoggiamo un livello di eleganza appena sotto la media e ci sentiamo un po’ a disagio. Io ho uno stile molto rilassato: jeans, camicia fuori dai medesimi e Adidas di ordinanza. Dopo un po’ mi alzo, vado a prendere i salatini ed il disagio passa in un baleno. Chi ci ha servito? Personale in stile fotomodello alla CalvinKlein, con una serie di camerieri/baristi in camicia bianca e pantaloni neri, tutti con impeccabile abbronzatura, denti bianchissimi e sopracciglia ritoccate. Più li osservo e più mi sento inadeguato a far parte della loro stessa razza umana. Quanto si spende? Allora, occorre precisare che io e la morosa non siamo fanatici dell’aperitivo a tutti i costi, ma ogni tanto ci fa piacere riempire quell’oretta vuota tra la fine del pomeriggio e l’ora di cena. Per noi aperitivo non significa cocktail multicolore o bombe alcoliche. Spesso ci accontentiamo di un semplice Crodino, magari ritoccato con un po’ di vodka alla pesca quando siamo in vena di follie. E proprio questo ordiniamo oggi pomeriggio. Io mi sforzo di cogliere un gusto diverso, una bontà nuova e mai provata prima, qualche sfumatura particolare, ma il Crodino è sempre lui; va bè, la vodka è di marca e la quantità è abbondante. Buono, per carità. Ma ci costa in tutto 9 euro. Diciottomilalire per due Crodini. Forse la vodka è aumentata vertiginosamente sui mercati internazionali. Mi è piaciuto: Il locale è carino, ti trattano bene, se si è senza vergogna ci si può anche abbuffare, la scelta non manca. Si può stare all’aperto ed il parcheggio non manca. Ah, bella la musica, con la classica selezione di pezzi Lounge/TripHop ma non scontata, con punte di eccellenza in Royksopp e Lali Puna. Non mi è piaciuto: L’aria un po’ troppo snob. O forse io sono troppo provinciale. E 9 euro per 2 crodini è un prezzo da street bar in centro a Milano Marittima. By: Klaudio | 15:16 | commenti martedì, 15 giugno 2004 Recensione lamentosa e fondamentalmente inutile Clan Pavì Via Montegrappa 8, Cesenatico (FC). Tel.054775141 Sarà un po’ tutto questo. Comunque alla fine mi ritrovo a festeggiare una specie di addio al celibato, sicuramente organizzato in sordina, che si è trasformato in una cena tranquillissima tra amici (pochi) che non si conoscono nemmeno troppo bene. Il posto: Considerazioni personali a parte, non so cosa scrivere di preciso sul ristorante Clan Pavì. Ci arriviamo in 5, verso le 23. Il locale è semivuoto, anzi più vuoto che altro. Posto mediamente elegante, di quelli dove si viene a fare mangiatone di pesce con gli amici, ma anche cenette più raccolte. La tranquillità non è tra le prerogative del locale. Oddio, di suo sarebbe anche tranquillo, se non fosse che la sera dopo le 21 il lungomare antistante l’ingresso del locale si trasforma in un parcheggio affollatissimo, con frotte di gente che schiamazzando si dirige verso i locali del vicino molo. A dire il vero ho un bel ricordo della caraffa di Vodka Imperiale che è giunta in tavola a fine pasto (vodka con all’interno frutta messa a macerare per una po’, presumo anche giorni). Bella fresca e piacevolissima da bere. Un avvertimento: attenti a mangiarvi la frutta dopo aver prosciugato la vodka. Mangiarsi una kiwi a mollo nella vodka è come mangiarsi una spugna imbevuta di alcol puro. E’ un’esperienza. Quanto si spende? Nella media di questo tipo di ristoranti, e nella media dei ristoranti di pesce. Un primo, una bottiglia di vino (un bianco siciliano, ma non ricordo. L’ho detto, è stata una serata strana) e poco altro a circa 30 euro. Altra cosa: come ho detto, nel locale c’era poca gente, circa 5 o 6 tavoli per un totale di una ventina di persone. Ma erano tutto donne, mediamente carine, a parte qualche caso irrecuperabile. Ma proprio solo donne. Eravamo gli unici uomini. Fatto sta che, nonostante in alcuni rappresentanti del gentil sesso la carica alcolica fosse evidente, alla fine nessuna, dico nessuna donna ci ha cagato nemmeno di striscio. Sono cose che minano irreparabilmente l’autostima maschile. E forse condannano un innocente post di recensione a diventare un lamentoso, inutile, stanco elenco di banalità assortite e ricordi sbiaditi. Uffa, devo ricominciare a bere seriamente. Vedrò che fare. By: Klaudio | 23:57 | commenti (2) domenica, 13 giugno 2004 La perfezione esiste. Alla Fassa Ristorante. Specialità pesce di lago. Via Beato G. Nascimbeni 13, Castelletto di Brenzone (VR). Tel.0457430319. Chiuso martedì, ma d’estate è sempre aperto. Ed alla fine ce l’abbiamo fatta (io e la morosa). Lo sapevamo che c’era, bastava cercarlo con perseveranza e senza lasciarsi scoraggiare da inevitabili passi falsi. Il Ristorante di pesce in riva al lago. Il Ristorante con la R maiuscola. Certo, lungo le rive del Garda di ristorantini caratteristici ce ne sono parecchi, ma sono infestati dai tedeschi e dunque il loro menù è calibrato sulle esigenze del popolo teutonico (ovvero spaghetti al ragù, cotoletta e cappuccino a fine pasto). Certo, di posti belli e romantici che ti scaldano cuore ce ne sono parecchi, salvo poi spezzartelo (il cuore) con conti salatissimi. Certo, di ristoranti ne trovi quanti ne vuoi se sei a Sirmione, Desenzano, Bardolino o altre rinomate località del Garda. Ma avere il coraggio di andarne a cercare uno a Castelletto di Brenzone (non esattamente la località più chic del Garda) non è da tutti, spero converrete con noi. Ok, ad essere onesti ci siamo fatti aiutare dalla guida SlowFood, ma noi siamo andati qui totalmente alla cieca (non è vero, abbiamo prenotato), sprezzanti del pericolo ma confidando in un buon pranzetto in riva al lago. Il posto: Insomma, il luogo in questione è il Ristorante Alla Fassa. Posticino intimo e raccolto, stretto tra l’esile spiaggetta di Castelletto e la trafficata strada statale (comunque acusticamente lontana, grazie ad un’efficace siepe). Quando ho visto dov’era, mi si è gelato il sangue: ma dove cavolo lascio l’auto? (nota: il parcheggio, nelle località lacustri del Garda, è roba da ricchi. Nei centri urbani, soprattutto quelli piccoli, si paga sempre. Ed a peso d’oro. Maledette righe blu). Ed invece no! Improvvisamente scorgo un portone d’ingresso, che cela un piccolo ma prezioso parcheggio privato: questo posto mi sta già molto simpatico. Parcheggio ed entriamo. La morosa si meraviglia: “ma che bel posto!”. Io, non senza una certa dose di strafottenza, sottolineo che la porto sempre in bei posti; lei avrebbe da ridire ma abbiamo fame e la potenziale discussione viene abortita all’istante. Effettivamente il colpo d’occhio è affascinante: locale piccolo, con una bella veranda davanti al lago e molti tavoli anche fuori, nel piccolo giardino. Tavoli eleganti e curati, sedie in vimini (mi pare, non vorrei sbagliarmi). Camerieri eleganti e formali. Tutto contornato dagli ombrelloni per riparare dal sole, dall’erbetta e le piante del giardino curatissimo, dalla piccola siepe che lascia intravedere il lago proprio di fronte al tavolo dove ci accomodiamo. Incantevole. E’ quasi un peccato che sia mezzogiorno, di sera deve essere uno spettacolo. E, miracolo, clientela quasi esclusivamente italiana. Solo una coppia di tedeschi, nel tavolo dietro a noi (gli unici, per non smentirsi, che pasteggiano a carne e vino rosso quando tutti intorno a loro gustano pesce e vino bianco). Un motivo c’è: Castelletto è un po’ fuori dalle consuete rotte turistiche e soprattutto molti vengono qui non per fare i turisti ma per “mangiare del buon pesce” come confessa alla cameriera un bresciano nel tavolo dietro il nostro. Quanto si spende? Per due primi, un fritto (abbondante) da dividere in due, due dolci, acqua e vino della casa la spesa ammonta a 39 euro. Più che onesta se rapportata alla qualità del locale, della cucina e del servizio. Ovviamente se si vuole fare un assaggio di vari piatti si spende molto di più, ma esiste anche un agevole menù degustazione completo di 4 assaggi di vini diversi a 35 euro. Ottima proposta. Il mio giudizio: Fantastico. Si mangia benissimo, la cucina è tradizionale ma con punte di creatività apprezzabili, soprattutto nei dolci. Tutte le proposte sono interessanti, i piatti sono anche presentati con gusto e cura dei particolari. Una goduria. Ah, non pensate che sia il tipico ristorante raffinato che serve solo assaggini e porzioni da fame: qui si mangia, si gode e si esce soddisfatti. E possibilmente si ritorna, perché tutto congiura a farvi sentire benissimo. Va da sé che il posto è consigliatissimo per una cenetta intima o per far colpo su qualcuno, soprattutto la sera. A pranzo invece l’atmosfera è raffinata ma non esageratemente elegante, potete trovare anche le famigliole in sandali e maglietta appena tornate da una mattinata in riva al lago. Tutto questo sulle rive del Garda, con un panorama incantevole, cullati dallo sciabordio delle onde, le paperelle che sguazzano a 5 metri da voi. Rasenta la perfezione. Ha un solo difetto: è a 350 km da casa mia. Porcamiseria! By: Klaudio | 23:58 | commenti (2) venerdì, 11 giugno 2004 Un buon bicchiere di “Brandolino" La Bottega del Vino Enoteca con mescita e asporto Piazza Matteotti 46, Bardolino (VR). Tel 0456/210199 La ridente località lacustre di Bardolino sorge sulla sponda veneta del Lago di Garda, dove le colline sono ancora dolci e l’ulivo cresce rigoglioso in compagnia addirittura di qualche timida palma. Io e la morosa ci passiamo in auto di giorno, attraversandola distrattamente e andando oltre senza troppi rimpianti. La sera dopo è un venerdì. Ci capita di ripassare da Bardolino e con nostro grande sconcerto la trasformazione è avvenuta. La placida cittadina turistica con le barchette a vela, piena di tedeschi a passeggio o che sorseggiano birra alle quattro del pomeriggio ai tavoli dei cafè non c’è più. Al suo posto è spuntata una specie di Milano Marittima in riva al Garda, con discoteche che proiettano fasci di luce nel cielo, file di auto ed ingorghi ovunque, pub pieni di italiani che schiamazzano, indiani che tentano di venderti rose dai colori più improbabili. Ora, io e la morosa ci siamo fatti le ossa sulla riviera romagnola e simili spettacoli non ci fanno scomporre più di tanto. Ma questa trasformazioni non ce l’aspettavamo. E siamo stati colti in contropiede. Ci siamo rifugiati allora in un localino in una delle piazze principali del paese, molto ampia ma non intasata di turisti. Il posto: La Bottega del Vino è una piccola enoteca con pochi tavoli all’esterno, nemmeno troppo eleganti visto che sono semplice tavoli da giardino. Proprio di fianco c’è un altro locale, un’enoteca-birreria con atmosfera soffusa, sedie di vimini, candele ai tavoli e cameriera piuttosto avvenente. Il confronto è impietoso. Noi abbiamo scelto la Bottega semplicemente perché l’altro era pieno di tedeschi che bevevano birra. E non ci è andata male… Tutti disponibili per la mescita al bicchiere. Chi ci ha servito? L’oste/gestore/proprietario è gentile, competente e ci ha spiegato alcune differenze tra i vini che volevamo assaggiare, con la dovuta pazienza necessaria con due semi-incompetenti come noi in campo enologico. O forse dovrei parlare per me, visto che la morosa ne sa di più in fatto di vino. Effettivamente, tra me e lei quella più esperta in materia è lei. Cercherò comunque di screditarla, rivelando che fino a qualche giorno prima pensava che il vino locale fosse il Brandolino, mentre poi ha colto piuttosto velocemente il parallelo tra il nome della località e quello del vino. In effetti era improbabile che il luogo si chiamasse Bardolino ed il vino del luogo Brandolino… Mi è piaciuto: La cortesia del gestore, l’ampia scelta di vini al bicchiere. E’ inutile, quando si tratta di vino i veneti sono sempre avanti di qualche lunghezza. By: Klaudio | 21:14 | commenti mercoledì, 09 giugno 2004 A pranzo da Jack Dalton Antica Trattoria Al Volt Via Santa Croce 16, Trento. Tel. 0461/983776. Chiuso giovedì e domenica sera
Ne io ne la morosa abbiamo mai messo piede a Trento. Nonostante ciò siamo in grado di entrare in città e parcheggiare in pieno centro a due passi dalla nostra meta, l’Antica Trattoria Al Volt, il tutto senza colpo ferire. Il posto: “al volt” non è altro che la volta che ricopre la saletta di questa piccola trattoria, in un palazzo del centro cittadino, una tempo adibito a osteria. L’insegna recita orgogliosa: “cucina tipica trentina”. Il posto è piccolo, raccolto, un ingresso con il banco bar, un piccolo guardaroba e l’unica sala, non più di 35 posti a sedere. Per stare sicuri avevamo anche prenotato, non senza difficoltà telefoniche vista la parlata trentina stretta del titolare. Tuttavia al nostro arrivo ci riconosce subito come quelli che avevano prenotato (la sibilante “esse” romagnola non lascia dubbi sulla nostra natura di turisti) e ci fa accomodare nel tavolo che, ci spiega, aveva appositamente preparato con tanta cura. Non che ci volesse molto, nel locale ci siamo solo noi e per tutta la durata del pranzo non si farà vedere altra anima viva (tranne un individuo di cui dirò dopo). Ci accomodiamo al tavolo, ben apparecchiato e con una graziosa pianticella ad ornarlo. La sala è semi-rivestita di legno, con altre piante qua e là, e qualche quadro post-moderno. Molto carino e rustico. Dopo di che ci siamo dedicati ad un piatto tipicamente estivo, particolarmente indicato per le calde temperature di inizio giugno: stinco di maiale con polenta e funghi. Una bomba calorica, una vera impresa venirne a capo vista l’abbondanza, ma una soddisfazione unica. Di quelle esperienze che ti rimettono in pace con il mondo. E poi basta (che altro ci poteva stare nei nostri stomaci?). Con aria soddisfatta ma provata, la morosa si rivolge al titolare per chiedere se ha un digestivo che ci può aiutare. Questi, con aria compiaciuta, ci fa notare come abbia già preparato sul banco un piccolo vassoio con quattro bottiglie tutte per noi. Arrivano dunque in tavola 3 varietà di grappa ed un liquore alla mela verde, tutto rigorosamente di produzione trentina. La morosa non apprezza troppo la grappa, e scherzando si lamenta che manca solo il limoncello. Il titolare la rimprovera che il limoncello non è trentino e quindi lui non lo prende in considerazione! Ma dopo qualche secondo arriva in tavola anche il limoncello, più un liquore ai mirtilli. Che grand’uomo… Il bagno poi è pulito, ma se piove? Ad un certo punto entra nel locale un amico del titolare, anche lui un bel personaggio sullo stesso stile. Si mette a fare delle chiacchiere con il titolare e sua moglie (si occupa della cucina) che nel frattempo si sono messi a pranzare anche loro in un tavolo vicino. Io vado al bagno e quando torno trovo il tipo che si sta intortando la mia morosa, che regge l’assalto tra il divertito ed il compassionevole. Una comica. Ultime chiacchiere per scoprire che i Tomasi vengono in vacanza a Bellaria. Proposte di gemellaggio, saluti vari e poi usciamo a smaltire lo stinco di maiale per le vie di una soleggiata Trento, inebriati dalla grappa e dalla soddisfazione di aver trovato un posticino favoloso. By: Klaudio | 19:08 | commenti (4) domenica, 06 giugno 2004 Che più tipico non si può! Trattoria Belvedere Via Serafini 2, Varignano di Arco (TN). Tel 0464/516144. Chiuso il mercoledì. Chiuso da luglio a settembre. Dopo le trappole per turisti, io e la morosa ritorniamo ad affidarci cecamente alla guida SlowFood. Anzi, dirò di più: siamo ancora dalle parti del Lago di Garda, per la precisione Riva del Garda, ma per evitare ennesime fregature ce ne allontaniamo ed andiamo a finire in una frazioncina di Arco, a pochi kilometri di distanza. Sulla strada che collega le due località trentine ad un certo punto basta seguire i segnali per Varignano e si arriva dritti alla Trattoria Belvedere. E’ impossibile non notarla, con la sua insegna bianca e verde (con una grafica vagamente anni ’70) che incombe direttamente sulla strada. Clienti tutti del luogo, abituali e trentini doc. Probabilmente siamo gli unici turisti che oggi pranzeranno qui. Mi sento già rilassato… Cosa si mangia? Arriva il cameriere, aria vispa e parlata a mitraglia tipicamente trentina. Ci da il benvenuto con un largo sorriso ed un groviglio di parole che noi non capiamo assolutamente! Appena nota il nostro sconcerto, si mette a parlare italiano e, soprattutto, un po’ più lentamente. Ci snocciola il menù: antipasto di salumi misti, per primo canederli, gnocchi, minestrone e basta. Si scusa ma purtroppo oggi non hanno le minestre fatte a mano. Per secondo la scelta è unica: carne salada con fasoi, ovvero carne di manzo conservata con un particolare tecnica di salatura, con contorno di fagioli. Il cameriere ce la consiglia, è il tipico piatto trentino e soprattutto è praticamente l’unica cosa che hanno. Noi accettiamo. E dunque partiamo con antipasto di salumi miste e sottaceti, tutto di loro produzione, con speck, salame, arrosto affumicato di non so quale bestia, carne salada cruda tagliata più sottile rispetto a quella cotta. A me, che rabbrividisco all’idea di crudità come roast beef o sushi, la vista della carne cruda provoca qualche scompenso. Anche la morosa è perplessa, ma poi rompe gli indugi e assaggia. La sua espressione è positiva, da “ok, ci siamo”. Ed allora mi butto anch’io. Perbacco, è ottima, una specie di salume delicato e lievemente salato, che quasi si scioglie in bocca. Buono! Non riusciamo a finire i sottaceti, e quando il cameriere arriva con il secondo non li porta via ma li lascia sul tavolo. Un po’ come a casa della nonna, che finchè non finisci tutto non ti alzi da tavola… Allora, è il turno della carne salada cotta e dall’aspetto familiare: assomiglia ad una fettina di vitello cotta in padella. Ma è dieci volte meglio! Tenera, molto saporita, condita con pepe ed olio d’oliva (anche questo di produzione propria). Una bontà, per non parlare dei fagioli. Io e la morosa ce li litighiamo ed in 10 minuti puliamo la ciotola che li ospitava. Il dolce praticamente non esiste (il vecchietto che, da solo, pranza placidamente al tavolo di fianco al nostro come dessert ordina una ciotolina di prugne sotto spirito!) I proprietari hanno praticamente un doppio lavoro: nei mesi estivi chiudono la trattoria e si dedicano a tempo pieno alla propria azienda agricola. E qui fanno tutto loro, utilizzando poi quello che producono per la trattoria, carne salada in primis. Come dire, dal produttore al consumatore! E si sono preoccupati di chiedere più di una volta se avevamo mangiato a sufficienza… E poi non si spende niente! Il mio giudizio: Un locale che è una goduria. Aria di famiglia, poche pietanze ma tipiche e genuine, e soprattutto gustosissime! Ci siamo divorati la carne salada con fasoi e siamo usciti leggeri come due piume. Un miracolo. Se vi trovate in zona, non siete tedeschi desiderosi di spaghetti al pomodoro ed anzi volete provare la vera cucina del luogo, è davvero consigliato fare una sosta. By: Klaudio | 14:09 | commenti (2) giovedì, 03 giugno 2004 Peggio dei tedeschi… da Umberto Ristorante Pizzeria Cafè Via Imbarcadero 15, Castelletto di Brenzone (VR). Tel 0457430388. Ebbene sì, ho abbandonato per qualche giorno la natia Romagna ed insieme alla morosa ci siamo concessi un weekend nell’amena regione del Lago di Garda, per la precisione sulla sponda veneta. Ora: non starò qui a magnificare le bellezze paesaggistiche e naturalistiche del luogo, d’altra parte le frotte di tedeschi che puntualmente lo prendono d’assalto stanno a certificare che il posto è sicuramente bello. Si sa, i turisti teutonici hanno mille difetti ma due grandi pregi: sono educati e frequentano (generalmente) bei posti. Tra i loro difetti, oltre alla cronica mancanza di buon gusto stilistico e cromatico, c’è la tendenza a farsi abbindolare dai finti ristoranti tipici, che qui generalmente sono quei bei ristorantini in riva al lago, che hanno una bella veranda coperta con ombrelloni, magari di fronte al porticciolo di un qualsiasi borghetto. Questi ristoranti in realtà spacciano indistintamente come piatti tipici la cotoletta alla milanese, le patate fritte, i tortellini alla bolognese, le orecchiette alla pugliese. Ma in fin dei conti ai tedeschi va bene, loro che sono abituati a wurstel e crauti sono più che contenti di poter gustare simili piatti. Ma a due romagnoli come me e la morosa, abituati ai cappelletti della nonna, questi posti fanno sinceramente paura. E cerchiamo di tenerci giustamente alla larga. Ma alla fine ci siamo cascati anche noi. Abbindolati, appunto, peggio dei tedeschi… A nostra parziale discolpa, posso dire che eravamo appena arrivati ed avevamo giusto lasciato le valigie in albergo. Erano circa le 13:30, affamati e totalmente ignari di quello a cui andavamo in contro, ci siamo diretti verso il primo ristorante/pizzeria che abbiamo incontrato. Il posto: il ristorante pizzeria “Umberto” è proprio uno di quei ristorantini carini carini, proprio con una bella veranda in riva al lago, proprio con la vista sul porticciolo del paese, in questo caso Castelletto di Brenzone. Niente da dire, il posto è bello. Ed in più vuole essere anche “cafè”... Cosa si mangia? Peccato che anche il menù sia quello da turisti, con spaghetti al pomodoro, tortellini al ragù, cotoletta alla milanese e spaghetti allo scoglio. Giusto con l’aggiunta di qualche piatto con pesce di lago, proprio perché non si può farne a meno visto che siamo in riva al lago. Ed ovviamente la pizza, che in ogni menù italico che si rispetti non può mancare. Per evitare danni abbiamo scelto quest’ultima. Non è valso a nulla: pizza sottile, vagamente acquosa (che sia colpa del lago?) e poco saporita, nonostante la mia annoverasse tra gli ingredienti tonno e cipolla (ebbene sì, ho gusti molto raffinati…). Raramente mi capita di lamentarmi per una pizza, ma questa era discretamente insulsa. Stessa sorte per il calzone della morosa: insapore e praticamente vuoto all’interno. Abbiamo mangiato perché avevamo fame. Chi ci ha servito? Un cameriere che, da come chiacchierava con alcuni clienti abituali, presumo essere anche il gestore del locale. Simpatico e gentile, bisogna riconoscerlo. Più altri due camerieri di origine non meglio specificata tra l’indiano ed il cingalese, con i quali non abbiamo comunque avuto problemi di comunicazione linguistica (è già molto). Non mi è piaciuto: La pizza, il locale, il menù. Può bastare? No, non abbiamo scusanti. La prossima volta eviteremo accuratamente questo tipo di locali, tra l’altro facili da riconoscere perché il 90% sono in riva al lago e spesso senza vergogna presentano orrendi menù per turisti “tutto compreso” con spaghetti al pomodoro, cotoletta e patatine. Questo però era un pochino più elegante della media e la dicitura “pizzeria” ci aveva fatto sperare di trovare almeno una pizza decente. Tanto ormai la pizza la sanno fare ovunque, abbiamo pensato… La prossima volta le due o tre coppie di tedeschi che mangiavano la pizza assieme a noi le invito direttamente a casa mia. Senza falsa modestia, la pizza che faccio nel fornetto di casa è migliore di questa. Solo che poi magari l’anno dopo questi tornano in vacanza da me piuttosto che al lago di Garda. No, dai, lascia che se ne vadano da Umberto. Ed io ritornerò ad affidarmi ciecamente alla guida SlowFood! By: Klaudio | 23:53 | commenti (2) |