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martedì, 25 maggio 2004 150 anni e non sentirli Marianaza Osteria - Trattoria Romagnola Via Torricelli 21, Faenza (RA). Tel.0546/681461. Chiuso il mercoledì. Vivamente consigliato prenotare. Io e la morosa siamo clamorosamente fuori zona, cioè ci siamo avventurati in luoghi che abitualmente non frequentiamo. Questi luoghi sono le strade del ravennate, con le lussureggianti campagne (si dice così, in questi casi). Il motivo è semplice: da un paio di giorni a questa parte mezza Romagna è infestata da gare ciclistiche di ogni tipo, con relative chiusure di strade e deviazioni. Prima il Giro che arriva a Cesena, poi la Nove Colli che blocca Cesenatico e zone limitrofe, infine il Giro delle Pesche Nettarine (non sto scherzando, esiste davvero) che mette i bastoni tra le ruote ai nostri piani di scampagnate domenicali. Aggiungiamo anche una bella deviazione attorno a Solarolo (indimenticata patria della Pausini e soprattutto di Davide Cassani) a causa di una festa di paese. Quindi, com’è e come non è, ci ritroviamo dalle parti di Faenza. Ci ricordiamo di avere un conto in sospeso con l’Osteria Marianaza, che già una volta tempo addietro ci aveva respinto per mancanza di tavoli liberi (e ci aveva costretto a cenare alla vicina Osteria del Mercato, non propriamente irresistibile…). Questa volta non vogliamo sosprese: prenotiamo un’oretta prima di arrivare a Faenza. Effettivamente smoccolo qualche bestemmia di troppo per trovare un parcheggio nella centralissima piazza Martiri della Libertà, che a quest’ora è intasata dalle auto dei fanatici dell’aperitivo che affollano felici un locale che si affaccia sulla piazza, probabilmente il più “in” di tutta la città (ma non sono del luogo e non ho elementi a sufficienza per giudicare, vi dico solo che in quell’angolo di piazza sembra di essere a MilanoMarittima…). Il posto: Noi tagliamo in una viuzza laterale e dopo pochi passi siamo davanti all’osteria. Aperta da poco più di 150 anni, sempre lì, in un angolo tra due strade, con un paio di vetrine coperte da spesse tende e pochissime indicazioni all’esterno, salvo il nome del locale e gli orari d’apertura. Piuttosto anonima. Ma all’ingresso l’atmosfera cambia: arredamento vecchio stile, legno e bottiglie di vino a profusione, un piccolo banco per accogliere gli avventori, un separè in legno che divede la zona dei tavoli dove si mangia. Praticamente finchè non ci si siede non si riesce a vedere la sala del locale, ed allora l’impatto è notevole: una saletta piuttosto piccola, con una quarantina di coperti, 45 ad esagerare, in piccoli tavolini di legno piuttosto ravvicinati tra loro. Pareti rivestite di legno con vecchie foto a decorarle, scaffali che ospitano bottiglie di vino, di olio e quant’altro può servire ai clienti. Ed un immenso camino che troneggia al centro della sala, con davanti un banco dove le cuoche preparano i piatti, per poi cucinarli sulla brace del camino stesso. In pratica, se siete seduti nei tavoli davanti al camino, potete seguire in diretta la preparazione dei piatti che avete ordinato. Almeno per quel che riguarda le carni alla brace e gli antipasti. Per i primi probabilmente c’è una cucina classica da qualche parte, presumo dietro le due finte pareti in legno ai lati del camino. Il locale comunque è tutto qui, piccolo ed accogliente come le osterie di una volta, e di quei locali mantiene l’atmosfera conviviale dei tavoli ravvicinati ed apparecchiati con semplici fogli di carta gialla, lo stretto rapporto con il vino. Menzione particolare per gli antipasti, ovvero una vasta scelta di bruschette. Non crostini, ma proprio bruschette alla romagnola, belle potenti con olio e aglio a profusione. Noi abbiamo provato il piatto di bruschette miste, davvero ottime. L’importante è mangiarle in due, così almeno si odora entrambi di aglio. Ma per i più delicati ci sono anche insalate e squaquerone con la piadina. Tra l’altro la piadina è particolare: soffice e molto morbida, si lascia mangiare anche dopo che si è raffreddata (premesso ovviamente che va mangiata calda: mangiare la piadina fredda è gustoso come bere la birra calda). I dolci sono quelli classici romagnoli, ciambella, biscotti, panna cotta, tutto fatto in casa. Carta dei vini monumentale, con tutte le proposte classiche e più famose, ma ovviamente specializzata anche in vini locali. Per i meno esigenti c’è anche un buon vino della casa, che può anche essere ordinato al bicchiere. Quanto si spende? 25 euro a testa, con mezzo litro del vino della casa, ma prendendo i due secondi più costosi del menù (le tagliate), concedendoci anche un dolcetto ed i digestivi. Nel complesso la spesa è accettabile. Non mi è piaciuto: Le 3 ragazze nella sala sono brave ed efficienti, sì, però… Diciamo che l’atmosfera intima e moderatamente informale del posto stride un po’ con la loro silenziosità e scarsa propensione a socializzare con i clienti (ok, mica pretendo che mi si siedano sulle ginocchia quando prendono le ordinazioni… Però, magari, qualche sorriso in più…) Quindi, a parte le lampade al soffitto che non sono più a petrolio ma hanno le lampadine, mangiare qui è un po’ come un tuffo nel passato, condito da una cucina generosa, gustosa e di tutto rispetto per quel che riguarda la qualità degli ingredienti. Diciamo che se domani dovesse atterrare nel giardino di casa vostra un alieno desideroso di provare la vera cucina romagnola, potete tranquillamente portarlo dalla Marianaza. Oppure lo portate a MilanoMarittima, che si diverte lo stesso… By: Klaudio | 01:39 | commenti (1) lunedì, 24 maggio 2004 Ma che bella sorpresa… Da Elena Ristorante. Cucina tipica romagnola. Via XXX Aprile 104, Montecastello di Mercato Saraceno (FC). Tel. 0547/91565. Questo posto non lo conoscevo. Sul serio. E’ aperto ormai da qualche anno ma io non lo avevo mai notato. E’ a Montecastello, popolosa frazione del comune di Mercato Saraceno, appollaiata sulle colline sovrastanti la valle del fiume Savio. Il motivo è semplice: quando si transita per la valle del Savio si sceglie sempre la superstrada E45, a scapito della vecchia strada statale. A dire il vero, l’E45 di “super” ha molto poco, sicuramente le buche e gli avvallamenti sono fuori della norma. Anche per questo, se non si ha fretta, si può scegliere di risalire la vallata lungo la tortuosa e sicuramente più pittoresca strada statale. Qui, tra Mercato Saraceno e Sarsina, ci si imbatte nel paese di Montecastello. A dispetto del nome, non c’è nessun castello. E non ci sarebbero altri particolari motivi per fermarsi in questo posto, a meno che non abbiate fame e decidiate di fare tappa al ristorante di Elena. Il posto: Io e la morosa, che ormai abbiamo il particolare dono di andare a scovare i posti più nascosti con eccezionale disinvoltura, ovviamente percorriamo la statale e ci imbattiamo in questo locale. Esternamente non è che susciti grande meraviglia: stretto tra le altre case, con una piccola insegna con la scritta “ristorante”, uno stile architettonico difficilmente decifrabile, a metà tra la casa del popolo e l’officina. Effettivamente veniamo a sapere che fino a qualche anno fa l’edificio ospitava il circolo repubblicano del paese, gestito dal nonno di Elena. Non so che fine abbia fatto il nonno in questione, fatto sta che Elena l’ha trasformato in ristorante che tutt’ora manda avanti con il marito e la figlia. Il parcheggio è inesistente, a parte 2 o 3 posti davanti all’edificio. Davanti all’ingresso si affaccia la finestra della cucina (sembra di avvicinarsi al McDrive) da dove la cuoca ci scruta accigliata. Entriamo: l’unico ambiente è un camerone quadrato con un banco bar in un angolo, la porta del bagno in un altro, 4 finestre disposte in fila su di un solo lato. E’ un vecchio circolo, effettivamente. Ma comunque rimesso a nuovo, con un bel soffitto dalle belle travi in legno nuovo di zecca. Arredamento semplice, belle tovaglie di stoffa e non di carta (come ormai capita troppo spesso), una cinquantina di coperti in tutto. Più che un ristorante, una bella e genuina trattoria romagnola. E non uso il termine trattoria in senso spregiativo, sia chiaro! Infatti il posto è confortevole, accogliente, con tavoli ben distanziati. Cosa si mangia? : Si avvicina la cameriera (Giulia, la figlia della titolare) e ci recita il menù a voce. Tagliatelle al ragù di piselli, strozzapreti con vari condimenti tra cui spicca un impegnativo “salsiccia e peperoni” che mi stuzzica. La morosa mi riporta alla realtà, ricordandomi che il mio stomaco ormai in disarmo non reggerebbe ad una simile sollecitazione. Rinuncia all’idea degli strozzapreti e puntiamo sui crostini misti (però c’era anche una fagiolata di borlotti…) che sono nella media. Buoni, anche se molto poveri come presentazione del piatto. Va bene l’osteria spartana, ma qui non ci si millanta “ristorante”? Comunque, di comune accordo con la morosa, andiamo giù pesante di fiorentina e patate fritte, più vino rosso della casa (praticamente c’è solo quello, oltre ad una piccola selezione di Sangiovesi). Tutto buonissimo, cottura perfetta della fiorentina, patate spettacolari e abbondantissime (alla faccia di McDonalds) tanto che la morosa, nota divoratrice di patatine fritte, non regge ed alza bandiera bianca. Io, per nulla intimidito, faccio piazza pulita delle patate superstiti. Facciamo una breve pausa, approfittandone per dilatare lo stomaco quel tanto che basta per farci entrare i dolci: panna cotta ai mirtilli per la morosa, mascarpone al cioccolato per me. I dolci non sono certo fantasiosi, anzi sono tutti molto tradizionali. Ma sono tutti fatti in casa e deliziosi! Il mascarpone è vivamente consigliato, delicatissimo e pure abbondante. Arrivo a fine pasto spossato ma felice. E’ stata dura finire tutto ma ne è valsa la pena… Chi ci ha servito: Come detto, la figlia della titolare, Giulia. Veloce, precisa, anche simpatica se non fosse per le troppe moine e sorriseti in cui si esibisce. Ad un certo punto ti verrebbe voglia di darle una sberla in faccia per cancellarle quei sorrisini tra il compiacente ed il falso. Comunque disponibile, attenta nell’illustrarci il menù (di cui purtroppo non ricordo molto a parte quello che abbiamo preso) e molto gentile nel descrivere la quantità del taglio della fiorentina e la cottura. Per il resto c’è solo un’altra ragazza in sala, anche lei veloce e precisa, ma che fa molti meno sorrisi (va bè, quelli della Giulia bastano anche per lei)… Quanto si spende? Abbiamo speso 22 euro a testa. Prezzo onesto, considerato che abbiamo preso una fiorentina da 1kg da dividere in due. In altri posti sarebbe costata 22 euro solo quella, mentre qui abbiamo aggiunto antipasto, dolce, digestivo, vino e molta acqua (le patatine fanno venire sete!) Mi è piaciuto: La cucina, genuina e verace, che non esce dal solco della tradizione romagnola ma anzi la esalta. E capace di porzioni più che soddisfacenti, anzi decisamente abbondanti. L’ambiente, forse non curatissimo, ma assolutamente accogliente e non privo di un certo fascino. Quasi dimenticavo: a fine pasto, se ordinate un digestivo, vi lasciano direttamente le bottiglie al tavolo. Nel caso, sono vivamente consigliati il limoncello (buono) ed il liquore alla liquirizia (ottimo) Il tipico locale dove portare un amico che vi chiede di fargli assaggiare la vera cucina romagnola. Al tempo stesso, sconsigliato per le coppiette. Nonostante che l’insegna dica “ristorante” e l’impressione complessiva sia di grande dignità, non si tratta certo di un ambiente elegante, o di quei locale che ricreano l’atmosfera della vecchia trattoria in modo artificiale e piuttosto “tarocco”. Questa è realmente una trattoria romagnola, genuina, diretta, schietta e senza fronzoli. By: Klaudio | 00:09 | commenti mercoledì, 19 maggio 2004 La pizza del sabato sera Giorgio Ristorante, pizzeria. Specialità pesce. Via Leon Battista Alberti 30, Valverde di Cesenatico. Tel. 0547/86499. Chiuso il lunedì. La vita è dura. Uno cerca di fare l’alternativo, di scegliere le opzioni meno scontate, di fare sempre cose nuove e diverse. E poi va a finire che si ritrova il sabato sera a mangiare la pizza insieme all’80-90% degli italiani. Per di più senza aver prenotato la miseria di un tavolo, nemmeno in trattoria. La verità è che siamo stati colti di sorpresa, trovandoci fuori casa all’ora di cena dopo un pomeriggio passato alla cerimonia di inaugurazione di una piazza (presente il ministro Giovanardi, mica una roba da ridere! O forse, visto il personaggio, ci sarebbe proprio da ridere…) Ed allora io e la morosa andiamo verso Cesenatico, cittadina rivierasca ad alto tasso di ristoranti e pizzerie. Un posto lo troveremo, pensiamo. Poveri stolti. Ci ritroviamo in fila tra le auto per la strada; scartiamo preventivamente la zona del porto causa ingorgo di auto e pedoni e puntiamo su altri posti che abbiamo già frequentato. Scopriamo che sono tra il pieno e lo strapieno. Al terzo tentativo ci va (quasi) bene: da Giorgio, ristorante tra i più rinomati a livello nazional-popolare della zona, ci dicono che se aspettiamo un “dieciminutiunquartod’ora” un posticino ce lo trovano. Già abbiamo dovuto faticare per parcheggiare, in più all’ingresso ho dovuto odiosamente allungare il passo per entrare prima di una famigliola e rubar loro il diritto di prelazione sugli eventuali tavoli che si sarebbero liberati… Ed allora decidiamo di porre fine alla nostra peregrinazione e aspettare. Noi capitiamo sul soppalcone, in un tavolino stretto tra il muro, una mensola ed un altro tavolo occupato da una coppia di intellettuali: lei, tutta arrossata causa precoce abbronzatura, è intenta ad evitare che le tette le debordino dal vestitino; lui, tutto arrossato causa evidente arrapamento, cerca di fotografarla con l’ultimo modello di Nokia, quello con la tv e la parabola incluse. I loro sorrisini e sghignazzate maliziose accompagnano la triste scena. Noi siamo piuttosto disgustati. Cosa si mangia? : Di tutto, prevalentemente pesce. Ma anche la pizza è molto gettonata. Si segnalano due menù di pesce, uno dei quali in versione “light”: praticamente si spende un 25 euro per un antipasto di bianchetti (in Romagna sono detti “omini nudi”), un primo ed un paio di spiedini, un sorbetto al limone. Il menù poi propone tutti i classici piatti di pesce, la scelta è molto varia ma non si segnalano piatti particolari o qualcosa in grado di stuzzicare l’immaginazione. Noi puntiamo sulla pizza… Insomma, non è niente di speciale. La classica pizza senza infamia ne lode. Oddio, forse con qualche infamia in più visto che i funghi sulla mia pizza parevano di gomma ed anche quelli del calzone della morosa non hanno incontrato la sua approvazione. Il mio giudizio: Il locale di Giorgio è il classico ristorante da grandi numeri, in grado di assolvere pienamente allo svolgimento del rito sacrosanto della cena tra amici del sabato sera. La cucina è comunque affidabile, piuttosto veloce, senza tante pretese pur con una certa attenzione nella presentazione dei piatti. Ma nulla di memorabile. Non troverete piatti particolarmente innovativi o cucina assolutamente casereccia. Ma ci si può andare per osservare la variegata umanità che esce a cena il sabato sera: coppie di intellettuali come quelli citati qualche riga sopra; oppure gropponi di gente dai 4 agli 80 anni che impiegano dai 15 ai 30 minuti per ordinare; gente che fa la classica uscita a quattro con una coppia (già formata) che invita un amico single ed un’amica altrettanto single cercando in tutti modi di fare scoccare la scintilla dell’amore. C’è da farci un trattato di sociologia sopra, ad osservare questi soggetti. Oppure si sghignazza cercando di darsi un contegno (ed evitando di soffocare deglutendo la pizza con i funghi di gomma che si avvolgono alle tonsille)… By: Klaudio | 15:47 | commenti (2) mercoledì, 12 maggio 2004 La cordialità abita altrove Taverna San Romualdo Da Antonio Ristorante Via Sant’Alberto 364, San Romualdo (RA). Tel. 0544/483447. Chiuso il martedì. Prefazione pseudo-filosofica: certe volte capita di trovarsi in luoghi inconsueti, lontani da casa e mai frequentati prima. Per di più, in questi luoghi, capita di imbattersi in qualcosa di inaspettato. Ma non per questo sgradito. Dopo la prefazione, vediamo di riportare il tutto ad una dimensione più personale: le mie scorribande domenicali in compagnia della morosa. Questa volta siamo a Marina di Ravenna, ovviamente all’ora di cena ed affamati. Siccome sarebbe stato troppo facile trovare un ristorante in centro a Ravenna decidiamo di affidarci alla guida Slow Food. Il sacro testo consiglia, tra i locali del ravennate, la Taverna San Romualdo, sita nel paesello di San Romualdo, frazione rurale ad una decina di km dal centro cittadino. Ci incamminiamo lungo la strada che conduce a Sant’Alberto e dopo qualche minuto di monotona strada dritta come un fuso appare la frazione di San Romualdo. Quello che comunemente dalle mia parte viene chiamato “quattro case in croce”, con l’aggiunta di una chiesa e della Taverna in questione. Nulla più. L’aspetto del luogo è surreale, il paesello sembra un quartiere quadrato prelevato da Ravenna ed appoggiato in mezzo alla piatta campagna circostante. Non ci si aspetterebbe di trovare un ristorante segnalato da parecchie guide gastronomiche in questo posto. Il posto: Ma la sorpresa aumenta una volta che si varca la soglia della Taverna… L’ingresso pare quello di un pub, nel retro di una piccola palazzina che da su una traversa della strada principale (l’unica strada principale di San Romualdo). Poi si apre la porta e il discorso cambia: luce soffusa, arredamento raffinato, locale che non sembra nemmeno ricavato dal seminterrato di una palazzina. Guardando meglio si viene colpiti dai dettagli dell’arredamento, che mette assieme tavoli apparecchiati con una certa classe e sedie impagliate, lampade di foggia orientale e cassepanche, arazzi alle pareti e statuette di elefanti indiani, cuscini colorati ed una bella palla luccicosa stile balera appesa al soffitto della sala principale. Le altre due salette sembrano più sobrie, con dei murales che ricoprono alcune delle pareti. L’effetto è straniante, un coacervo di oggetti apparentemente contrastanti che non si capisca bene cosa centrino con un locale che non è nemmeno lontanamente etnico. Ma il miracolo è che il tutto si ferma un millimetro prima di sconfinare nel kitsch (e nel ridicolo). Ci si sente a proprio agio, in fin dei conti, una volta superato l’impatto iniziale. Forse per questo la clientela è eterogenea, con coppie, famiglie, gruppetti tra il casual e l’elegante. Cosa si mangia? : Il menù è in linea con il locale, ovvero cucina tendenzialmente del territorio ma con divagazioni anche piuttosto inaspettate, mettendo assieme antipasti di salumi tipici con carpacci di pesce, minestre con condimenti di terra e di pesce, carni di tutti i tipi. Dalla selvaggina alle tagliate e costate, alla fiorentina fino al cinghiale. Ci vogliono dieci minuti abbondanti per leggere tutto il menù. Noi prendiamo gli affettati (buoni), saltiamo i primi e passiamo alla carne. Tagliata di manzo con pancetta all’aceto balsamico per la morosa (ottima) e uno spettacolare cinghiale brasato al Sangiovese per me. Un vero mattone quando si tratta di digerirlo, ma veramente qualcosa di speciale quando si tratta di gustarlo! Finiamo con i dolci, tra i quali si segnala un ottima crema catalana con croccantini davvero buona. Insomma, il servizio si rivela veloce, attento, con il titolare che dimostra grande competenza in fatto di vini e formaggi… ma di un’antipatia unica! Scorbutico, mai un sorriso, modi a volte perfino bruschi nel servire i piatti. Quindi, caro Antonio, convengo che nel tuo locale si mangia davvero bene ma, per le ragioni di cui sopra, non posso esimermi dal mandarti a cagare. By: Klaudio | 00:56 | commenti (4) |