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giovedì, 29 aprile 2004 Con un nome così... Osteria il Quartino Osteria tipica Via Coriano 161, Rimini. Tel 0541/731215. Chiuso il martedì. Devo essere invecchiato. Sono passato varie volte dalla strada che collega Rimini con Coriano e non ho mai notato il Quartino, una manciata di km dopo il Gros. A mia parziale discolpa posso dire che non sono di Rimini e non conosco a menadito queste colline. A dire il vero il Quartino non è proprio in collina ma è adagiato sui primi dolci pendii che dalla periferia riminese salgono su su verso Montescudo. Il classico posto dove i riminesi vanno a cercare il fresco nelle serate estive. Si entra in un bel porticato che ora è chiuso ma che diventa una splendida veranda, poi si passa nell’ingresso vero e proprio dove si trova il bancone del bar. E qui, se ancora il nome del locale non vi avesse messo in guardia, si mette subito in chiaro che il padrone di casa è il vino: bottiglie ovunque, alle pareti, sul bancone, sul pavimento e cassette di bottiglie sparse qua e là. In effetti la corposa carta dei vini confermerà questa propensione. Stando attenti a non inciampare si procede verso due ampie sale che sembrano più quelle di un ristorante convenzionale. Molto meglio la saletta più piccola dove veniamo fatti accomodare (rustica e con le vecchie travi del soffitto in vista) adiacente alla cucina e con il banco dove si prepara la piadina in bella vista. Sembra la classica postazione del pizzaiolo, solo che qui il cuoco prepara la piadina (quella classica riminese, molto sottile rispetto alla media del resto della Romagna) e gli antipasti come i crostini. Cosa si mangia? : La vocazione da osteria potrebbe essere messa in discussione dalle due grandi sale troppo impersonali e dal grande numero di coperti del locale. Tuttavia il menù, con poche e stuzzicanti proposte, fuga ogni dubbio. Insalate, salumi e crostini si possono riassumere nel gustoso antipasto assortito del Quartino con insalatina di pomodori e mozzarella, arrosto di maiale affettato e fesa di tacchino con salsa alla senape, tutto accompagnato dall’ottima piadina appena sfornata. La morosa ha qualche riserva, io apprezzo e ripulisco il piatto (era per una persona ma si mangia tranquillamente in due). E poi tagliatelle, gnocchi con salsiccia e funghi, ravioli con pomodoro… Più la zuppa del giorno (questa volta pasta e ceci). Saltiamo i primi e passiamo ai secondi: manca nel menù la classica e generica grigliata ma ci sono petto d’anatra, agnello, tagliate e filetti vari e pure qualche non meglio specificato piatto vegetariano. Noi optiamo per una tagliata di fiorentina, che viene servita con un misto di verdure grigliate compreso nel prezzo. Apprezzabile, anche perché il filetto di fiorentina è la voce più costosa del menù… Io darei un braccio per accompagnare il secondo con una bella bottiglia di vino ma le precarie condizioni di salute gastro-intestinale mie e della morosa sconsigliano l’idea. Ci accontentiamo dell’acqua. E di una piadina che quando arriva in tavola, accompagnando questa volta il filetto, è troppo cotta e croccante, quasi immangiabile! A voler essere pignoli, avevamo ordinato un filetto mediamente cotto mentre quello che ci arriva in tavola ha le prime fettine bruciacchiate mentre all’interno gronda sangue. Vabbè… Va meglio con i dolci. Ottimo semifreddo al riso per me, torta di mele con la crema per la morosa; senza infamia né lode. Da evitare, se potete, le due grandi sale interne. Impersonali e fredde, pèrdono il confronto con la saletta ed il porticato. Il cameriere quasi si offende quando gli confessiamo che non prendiamo il vino, nemmeno quello della casa. Poveretto, l’osteria si chiama Il Quartino e probabilmente ci tengono a servirti e consigliarti con cura per quel che riguarda il vino. In effetti c’è una certa attenzione verso il cliente, nonostante il servizio non sia certo da grand hotel. Da notare che viene servito un bicchierino di frizzantino bianco come aperitivo. Inoltre probabilmente notano che io e la morosa siamo nuovi clienti ed a fine pasto ci offrono due gradevoli calici di moscato. Apprezziamo l’iniziativa (io ironizzo sul fatto che forse la mossa del moscato è merito della morosa che ha fatto gli occhi dolci al proprietario. Lei mi assicura di no e dunque non mi resta che accettare la tesi della gentilezza del proprietario stesso). A parte questo, non so se torneremo in questa osteria. Non abbiamo mangiato male, tuttavia l’impressione è di non aver provato nulla di speciale. E per quello che abbiamo speso potevano anche regalarcene una bottiglia intera, di quel moscato… By: Klaudio | 21:51 | commenti (1) mercoledì, 28 aprile 2004 Osteria fino a un certo punto... San Martino Via Magnapassi 22, Lugo (RA). Tel 0545/281928. Chiuso il martedì, la domenica in estate.
Cominciamo dall’inizio. Io e la morosa troviamo questo posto sulla nostra bibbia, la guida SlowFood (vabbè, la mia bibbia. La morosa è sicuramente più religiosa di me e preferisce altri testi sacri). L’imprescindibile volume della SlowFood si intitola “Osterie d’Italia”, ci ha regalato molte gioie ma a volte ti frega. Mi spiego meglio… Ormai il termine “osteria” è assolutamente abusato. Usato a sproposito in relazione al significato che gli si associava fino a qualche tempo fa, ovvero di locale rustico e genuino in cui mangiare e soprattutto bere bene ed a modico prezzo. Oggi non è più così. Oggi “osteria” denota un locale elegante ed arredato in stile antico o retrò, a volte ricorrendo ad oggetti di modernariato, che offre una cucina creativa e dai prezzi non propriamente popolari. Il posto: Questo è esattamente il caso dell’Osteria San Martino. Locale che dell’osteria intesa in senso tradizionale conserva solo due aspetti: il menù con poche proposte ed una cantina vastissima. Con questa premessa non vorrei essere fuorviante. Il San Martino, nel bel mezzo di Lugo, è un bellissimo locale dove si mangia benissimo, con una gran carta dei vini e magnificamente arredato. Ma non è un’osteria. Voglio dire: gurdate la foto del bancone nella saletta all'ingresso, sembra quello di un'osteria alla buona?... Già all’ingresso la porta è tappezzata degli immancabili talloncini che ricordano che il locale è raccomandato dalle maggiori guide per buongustai. Se non fosse per questo ed il menù esposto di fianco si rischierebbe di non notare nemmeno la porta del locale, che appena aperta rivela una ripida scala che porta al primo piano. Si arriva alla zona con il bancone. Ecco, forse la presenza di questo bel bancone con un’infinità di bottiglie ed etichette esposte potrebbe giustificare la dicitura “osteria” ma basta un’occhiata in giro per capire che aria tira: qualche tavolo, luci soffuse, un bel camino centrale e musica jazz/fusion di sottofondo. Mooolto raffinato! E davvero bello. La sala principale è in pratica un ex granaio di metà 800, splendidamente restaurato e riadattato. Lampade post-moderne alle pareti, lumicino acceso sui tavoli, altri scaffali con bottiglie di vino a perdita d’occhio. Io e la morosa, da bravi carnivori, ci gettiamo sui crostini misti (ottimi, ma dall’aspetto un po’ povero) e soprattutto sui filetti e sulle costate. Ottima la costata di fiorentina della morosa, cotta a puntino e tenera. Superlativo il mio filetto di manzo con salsa allo scalogno e pomodorini. Delizioso! (La morosa mi ha pure accusato di aver invertito i piatti mentre lei era in bagno per appropriarmo del filetto. Ovviamente sono tutte calunnie). Buone le patate al forno. Abbiamo concluso con un mascarpone senza infamia ne lode. Buona scelta di distillati, ma senza proposte particolari. Come detto, la cantina è fornitissima. Ma siccome noi siamo alternativi abbiamo provato il Sangiovese della casa… La prossima volta scegliamo una bottiglia… Quanto si spende: La creatività si paga. 31 euro a testa, senza primo e con il vino della casa. Per una cena completa si arriva agevolmente sui 40 e oltre. Mi è piaciuto: La cucina. Il servizio. Il locale, veramente bello e d’effetto. Il bagno, pulitissimo! Ed in questo il San Martino riesce benissimo. Consigliato. By: Klaudio | 00:50 | commenti (1) martedì, 20 aprile 2004 10 piani di morbidezza Da Carlo Via Montescudo, Gaiofana di Rimini. Tel.0541/730682. Chiuso il lunedì. Va bene, il titolo della recensione è abbastanza stupido. Tuttavia ho pensato di riesumare questo antico slogan pubblicitario, rischiando di non essere capito da chi ha meno di 25 anni. E di accorgermi di quanto sono vecchio. Ma andiamo oltre. Io e la morosa siamo reduci dai bagordi gastronomici pasquali, che non saranno come quelli natalizi ma che lasciano sempre qualche contraccolpo più o meno grave sul fisico. Ed allora questa sera rinunciamo a chissà quali deliziosi e prelibati manicaretti e decidiamo di gustarci una bella pizza. Ma siccome non siamo mai contenti, non ci basta una pizza normale. E decidiamo di provare la pizza di Carlo, un ristorante/pizzeria piuttosto famoso nel riminese, e famoso proprio per la sua pizza. Ma andiamo con ordine. Gaiofana, a dispetto del nome strano e sconosciuto alle mie orecchie, è facilissima da raggiungere. Trattasi di un pugno di case a pochi kilometri da Rimini, affacciate sulla strada che dal Gros porta verso le colline di Montescudo e Montecolombo (va bene, è una descrizione per esperti del luogo, ma basta percorrere la circonvallazione di Rimini e vi accorgete subito del Gros). Al centro della borgata c’è il ristorante da Carlo. Il posto: Bestemmio subito. Parcheggio piccolo e stracolmo, sulla strada principale non si può parcheggiare e devo lasciare la macchina sui bordi di un orto lungo una stradina secondaria. Per di più non abbiamo nemmeno prenotato ed il ristorante appare subito bello pieno… Vabbè, tentiamo. L’apparenza è quella da tipico ristorante per ogni occasione, con un paio di sale interne ed una grande veranda sotto un tendone, non troppo elegante ma capiente. L’obbiettivo del locale probabilmente è quello di acchiappare ogni tipo di cliente, dalla coppietta al gruppo di amici fino alle cerimonie con orde di parenti al seguito. E di conseguenza l’ambiente è adeguato: tavoli piuttosto appiccicati, televisore alla parete, atmosfera sicuramente non troppo raffinata ma alquanto rilassata. Cosa si mangia? : Più o meno di tutto, il menù è anch’esso da ristorante e va dai crostini alla carne alla brace. Niente di clamorosamente innovativo. Ma l’attenzione del cliente si deve concentrare sulla pizza. A dire il vero la scelta non è nemmeno troppo vasta, le solite classiche pizze più qualche versione speciale. Ma ecco la sorpresa: la pizza si può scegliere in due varianti fondamentali, sottile o spessa. Ovvero la classica pizza sottile che si trova in tutte le pizzerie della Romagna, oppure spessa. La morosa rivela di averla già provata tempo fa e mi esorta a provarla. Io, attirato da qualsiasi nuova porcheria, non mi faccio pregare. Pizza ai funghi per lei e “Bomba” per me (a dispetto del nome non contiene ingredienti particolarmente piccanti o funesti per lo stomaco). Aspettiamo una mezz’oretta (va bene, il locale è pieno) ed arriva la pizza: la prima impressione è desolante… è piccola! E contenuta agevolmente da un normale piatto da cucina, ha i bordi un po’ bruciacchiati e soprattutto è altissima! Intorno ai 2 cm, qualcosa in più calcolando la distesa di mozzarella ed ingredienti vari. Beh, non resta che addentarla… Ti aspetteresti di tutto ed invece è buonissima. Soffice, gustosa, saporita il giusto, e cotta alla perfezione nonostante lo spessore esagerato (da qui i 10 piani di morbidezza… quelli del titolo… vabbè…). Ottima sotto tutti i punti di vista. L’impasto è talmente buono che la parte migliore è il bordo, dove senti il sapore “nudo e crudo” della pizza senza mozzarelle e pomodori aggiunti. Ed alla fine si rivelerà anche piuttosto leggera da digerire. Insomma una pizza che ha quasi del miracoloso. Chi ci ha servito: Non lo so. Cioè, c’erano parecchi camerieri ma se ne sono alternati praticamente tanti dalle parti del nostro tavolo che non me ne ricordo uno in particolare. Comunque veloci (a parte l’attesa per la pizza). D’altra parte giravano come trottole, nella migliore tradizione di questo tipo di locali affollati. Quanto si spende? Conto onestissimo, poco più 10 euro a testa. Nulla da obiettare. E poi i bagni sono pulitissimi, con le luci automatiche che si accendono al tuo ingresso (e che ti lasciano al buio a metà della “visita” al wc…) Non mi è piaciuto: Il posto in sé non è nulla di speciale, un normalissimo ristorante, in una posizione anche piuttosto sfigata, stretto tra le case del paesino e con l’ingresso principale che si affaccia a pochi metri da una strada trafficatissima, proprio in corrispondenza di una semicurva (attenti quando attraversate…) Quasi dimenticavo. Se proprio volete concludere la cena con un digestivo, evitate il limoncello. Viene servito dopo direttamente da un anonimo bottiglione di vetro senza etichetta, e ti viene da pensare:”Dai, dev’essere una cosa fatta in casa, chissà che buono…”. Invece è una discreta porcheria. Non sono riuscito a capire se aveva pochi gradi o se fosse annacquato. La seconda, probabilmente. Il mio giudizio: Ristorante senza infamia né lode, come ce ne sono tanti (e forse migliori). Ma da provare per la pizza, assolutamente. Le faccine che ridono sono tutte per lei! (Ed un grazie alla morosa, per una volta devo concederle il merito di avermi portato in posto dove ho mangiato qualcosa di diverso…) By: Klaudio | 00:56 | commenti giovedì, 15 aprile 2004 Persi nella nebbia Pacini Ristorante, trattoria romagnola. Via Castello 5, Montebello di Torriana (RN). Tel 0541/675410. Chiuso il mercoledì. La classica gita fuoriporta del giorno di Pasquetta. Traffico sostenuto sulle strade, gente che gironzola più o meno distrattamente per digerire l’ennesima abbuffata tra parenti. Tutto nella norma, tranne che sembra di essere a novembre e non ad Aprile. Freddo, pioggia fin dalle prime ore del mattino. Dopo una giornata passata tranquillamente, io e la morosa ci incamminiamo alla volta del Ristorante Pacini, dove dopo attenta e ponderata riflessione abbiamo deciso di cenare. Dunque arriviamo fino a Santarcangelo di Romagna. Ed ovviamente troviamo pioggia e freschino pungente. Proseguiamo in direzione di San Marino, sempre accompagnati dalla pioggia. Arriviamo ad una serie di diramazioni per Poggio Berni, Ponte Verucchio e Torriana. Svoltiamo per Torriana, piccolo comune arroccato sulle prime colline, un tempo noto col meno poetico nome di Scorticata ma ribattezzato con l’attuale toponimo una settantina di anni fa, addirittura da Benito Mussolini. Comunque proseguiamo. Sempre acqua che picchietta sui vetri dell’auto. La strada sale ripida, effettivamente il colle che ospita Torriana non è esattamente tra i più dolci; si rivela anzi una vera e propria rupe. Giunti all’abitato di Torriana troviamo altra acqua e pure un bel nebbione degno delle peggiori giornate di dicembre! Ancora avanti imperterriti: la nostra meta finale è infatti Montebello, borghetto ancora più arroccato di Torriana, su di una rupe ancora più scoscesa. Gli ultimi tornanti ci fanno sbucare direttamente davanti alla porta d’ingresso del piccolo borgo fortificato. E buio, la nebbia avvolge le poche luci del paese e più che altro pare di essere giunti davanti alla dimora di qualche vampiro...Si dice che da qui il panorama sulla valle del Marecchia e fino al mare sia stupendo. Purtroppo non posso confermare, la nebbia è implacabile, l’acqua pure, fa anche freddo e la morosa mi uccide se non mi sbrigo a parcheggiare ed entrare nel ristorante. Un rapido sguardo al castello che sormonta l’abitato ed entriamo, bagnati ed intirizziti... All’entrata l’impressione è quella del ristorante: arredamento sobrio, tavoli ben apparecchiati e disposti forse un po’ troppo vicini tra loro nell’unica ampia sala (con parecchie finestre per ammirare il panorama della vallata sottostante, cosa alla quale continuiamo a credere sulla fiducia...), qualche quadro alle pareti rivestite di legno. L’atmosfera è quella del ristorante di collina, non certamente d’avanguardia e che forse andrebbe un po’ svecchiato nell’arredamento. Ma Pacini probabilmente punta proprio sull’immagine tradizionale. Scopriamo che, nonostante la giornata da lupi, qualcun’altro oltre a noi si è arrampicato fin qua: qualche coppia di giovani e meno giovani, un gruppetto di turisti francesi ed una famigliola che, con mia sorpresa, la morosa saluta quando entriamo. Sono suoi compaesani e li conosce benissimo... Insomma siamo sempre circondati. Ma proseguiamo. Menù ultra-classico con pagine rivestite di plastica e copertina in finta pelle. E classica è anche la proposta culinaria, tra affettati e crostini, tagliatelle e strozzapreti, carni alla brace. Il tutto accompagnato da una spettacolare piadina, soffice e friabile. In quanto ai dolci, gelato con frutti di bosco caldi per la morosa (discreto) e dolce della casa per me, ovvero il Porcospino (cremina bavarese con nocciole e noccioline su di uno strato di pan di spagna imbevuto di caffè. Spettacolare!). E poi questa sera crepi l’avarizia: ci concediamo un quartino di vino della casa, un rosso niente male che va giù molto bene. Per chi non fosse disgraziato come me e la morosa, è comunque disponibile una discreta carta dei vini… Quanto si spende? Mah, insomma… Per due antipasti, due secondi, un contorno, due dolci, acqua ed un quartino di vino della casa il conto ammonta a 42,50 euro. Diciamo che non è un furto, ma nemmeno prezzi da osteria… Non mi è piaciuto: La cucina, affidabile ma assolutamente tradizionale, quasi integralista. Ed si potrebbe anche dare una rammodernata al locale, via… Il mio giudizio: Devo essere onesto, sono combattuto. Si mangia indubbiamente bene, ma ci è rimasta quella sensazione di non aver fatto una cena memorabile. Ma forse il problema va visto in un’altra ottica: da Pacini la cucina è tradizionale, romagnola, genuina. Ovvero esattamente il tipo di cucina che un romagnolo tradizionale ed abitudinario come il sottoscritto è abituato a gustare anche a casa propria (con le dovute proporzioni, sia chiaro). Quindi non ho avuto la sensazione di gustare chissà quali prelibatezze. Ovviamente se dovete portare a cena un vostro lontano parente australiano che vuole provare la cucina romagnola, Pacini è un posto con i fiocchi. Per il resto, ai miei occhi potrebbe risultare un posto fin troppo “normale”. Certo, si potrebbe obiettare che se cercavo qualcosa di esotico potevo provare con la cucina messicana o tailandese e non arrampicarmi fin quassù a Montebello. Resta il fatto che il menù, nemmeno troppo vasto, propone piatti che definire tradizionali è quasi poco, con appena un paio di “specialità della casa” che si distinguono ed incuriosiscono (gli gnocchi al formaggio di fossa, il coniglio in porchetta, il Porcospino). Ma forse mi accanisco nel cercare il proverbiale pelo nell’uovo. Forse è la nebbia che mi ha inacidito… Una gita a Montebello ve la consiglio, via. Il borgo è carino (con il sole, poi, dovrebbe essere un gioiellino), le colline ed il paesaggio sono splendide (parlo per sentito dire, come sempre) ed una gita con merenda da Pacini non può che fare bene allo spirito. Io personalmente non so se ci ritornerò. Certo, ho mangiato bene. Ma ci sono altre trattorie romagnole che, pur esponendo meno talloncini di riconoscimento di famose guide gastronomiche sulla porta d’ingresso, offrono una cucina genuinamente romagnola, con porzioni più abbondanti e prezzi anche più contenuti. By: Klaudio | 00:01 | commenti giovedì, 08 aprile 2004 E dopo tante "osterie", ecco un... Ristorante dei Cantoni Via Santa Maria 19, Longiano (FC). Tel.0547/665899. Chiuso il mercoledì.
La mia morosa è una santa donna. Tra le tante virtù che possiede (oltre alla capacità di sopportarmi, ovviamente) c’è anche quella di essere una gran lavoratrice. E dunque, per far fronte ad alcune necessità contingenti, si è ritrovata a lavorare anche il sabato mattina e la domenica pomeriggio. Tutto ciò dopo una normale settimana di lavoro. Ed ovviamente, giunti alla domenica sera, la povera donna era distrutta. Per questo motivo abbiamo decretato che le poche forze a nostra disposizione ci permettevano di percorrere pochi km per uscire a cena; per esempio potevamo raggiungere la vicina Longiano. Allora, raccolti i poveri resti della mia morosa, ci incamminiamo verso la ridente località collinare. Ora non mi dilungo sulla bellezza del centro storico di Longiano, che vale sicuramente una visita. Noi ci dirigiamo proprio lì, al ristorante dei Cantoni. Arrivare è facilissimo: dritti verso il centro di Longiano, seguendo i cartelli che segnalano il ristorante fin sull’ingresso. Il parcheggio è appena sotto la strada su cui si affaccia il locale. Meglio di così… Entriamo, veniamo fatti accomodare nella sala per non fumatori et voilà! Una bella tavolata di una quindicina di persone con bambini vocianti ed urlanti ci accoglie calorosamente. Addio calma e serenità. La sala non fumatori è in realtà una delle due belle salette di cui è composto il locale, con un arredamento sobrio e classico, archi in mattoni che conferiscono un tocco rustico e tavoli ben distanziati e soprattutto grandi (spesso capita che i tavolini da due siano davvero angusti, qui è il contrario, la persona di fronte a voi vi sembrerà lontanissima). Fortunatamente la comitiva con bambini è già al digestivo e presto ci libera della sua rumorosa compagnia. Ora l’ambiente è davvero tranquillo e si rivela molto carino ed anche raffinato. Aggiungiamo anche il contorno di patate arrosto; strepitose! Dimenticavo: la carta dei vini propone una bella scelta di Sangiovesi (la maggioranza) ed anche altri rossi extraregionali. Io e la morosa, per motivi dietetici e fintamente salutisti, ci siamo ormai dimenticati cosa sia il vino… Arriviamo alle patate ormai strapieni. Io, a costo di morire, cerco di finire le patate. La morosa, che si era parzialmente ripresa dalla stanchezza, crolla di schianto e si arrende agli ultimi bocconi della tagliata. Mi è piaciuto: La cucina, tradizionale ma stuzzicante e comunque sempre ottima, anche quando si sbizzarrisce con carni esotiche come lo struzzo (esotiche fino ad un certo punto, ormai gli allevamenti di struzzi si trovano a pochi km da Longiano). La sobrietà del locale. E soprattutto il servizio, attento e premuroso. Non mi è piaciuto: Poche cose, a dire la verità. La morosa si è lamentata di una certa eccessiva velocità nel portare in tavola i vari piatti, e forse può essere vero. Ma non abbiamo certo mangiato di corsa. Si potrebbe fare un appunto alla cosiddetta “sala per non fumatori” che in realtà è (parzialmente) separata dalla sala fumatori da una semplice tenda. Al primo gennaio 2005 sicuramente si dovrà adottare qualche accorgimento più drastico… Il mio giudizio: Bello. Si mangia davvero bene. È il tipico locale che da fuori non si fa notare e che varcando la soglia ti fa sfuggire un “mah…” perplesso. Una volta entrati l’ambiente è intimo ma classico, e ti viene da apostrofarlo con un positivo “beh, dai…”. Dopo aver cenato ti scappa invariabilmente un soddisfatto “Però, che cenetta!”. Per stasera io e la morosa, vinti dalla stanchezza, andiamo a casa a riposare. Ma torneremo sicuramente, devo assaggiare i dolci! By: Klaudio | 22:25 | commenti mercoledì, 07 aprile 2004 "Idiot son of an asshole" Per una volta vado fuori dal seminato, esulo dal contesto, esco dai binari ed abbandono il tono gastronomico-mangereccio del blog... Ma questa è una vera chicca!http://www.ericblumrich.com/idiot_i.html By: Klaudio | 23:31 | commenti Là, sui monti con Annette… Osteria del Borgo "da Fischio" Via Gentili 4, Santa Sofia (FC). Tel.0543 970417. Chiuso il martedì. Beh, insomma… Non è poi che ci siamo spinti fin sulla cima di vette inaccessibili. A dire il vero siamo solo arrivati fino a Santa Sofia, all’ingresso del territorio del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Nemmeno l’ombra di caprette e pastorelle, ma Santa Sofia è comunque una bella cittadina, adagiata lungo le sponde del Bidente in un tratto dove il fiume è piuttosto largo e rilassato. Un bel paese, senza pregi architettonici particolari ma gradevolissimo. Si potrebbe dire che l’abitato fa proprio da cornice al fiume, che è un po’ il “protagonista” di questi luoghi. L’aspetto “montanaro” del paese, i monti che circondano l’abitato ed i cartelli che ricordano che si è appena entrati nel territorio del Parco Casentinese danno l’impressione di essere a chissà quali altezze. In realtà siamo appena a 250 metri sul livello del mare, ma a me, uomo di pianura che ha dovuto percorrere una trentina di km per arrivare fin qua, pare di essere chissà dove. L’intento originale della giornata era quello di arrivare fin al passo della Calla, a più di mille metri sul crinale che divide la Romagna dalla Toscana. Partiamo da casa con un bel sole, temperatura mite da camicia & occhiali scuri. Arriviamo effettivamente alla Calla, ma troviamo neve, nebbia, zero gradi ed una bella frana sulla strada con tanto di carabiniere grassoccio che segnala l’intoppo agitando svogliatamente una palettina. Dopo rapido consulto decidiamo che ce n’è abbastanza per tornare indietro e sulla strada, per consolarci, ci fermiamo appunto a Santa Sofia. Cosa si mangia? : Una volta accomodati (nella saletta lato fiume) ci rendiamo conto di essere piuttosto affamati. La prima occhiata al menù è contraddittoria. A parte l’orrida copertina che lo racchiude, che sembra fatta di peli carta impastata con la stoppia (o con i peli, veramente orrenda e disgustosa al tatto, ma non saprei come descriverla meglio), la lista dei piatti appare piuttosto limitata. Un paio di antipasti, quattro o cinque primi, altrettanti secondi, classici contorni di stagione. Più ricca ed invitante appare la scelta dei dolci. Ma spulciando tra la (breve) lista qualcosa di appetitoso si trova. Noi prendiamo un antipasto misto e ci arriva piadina e “ciavar” (salsiccia matta), piadina fritta con pancetta, crostini con frittata di cavolfiore, un bel piattino di raviggiolo (formaggio simile alla ricotta, tipico di queste montagne). L’antipasto si rivelerà molto gustoso, anche se non abbondantissimo per due persone. Ottima la salsiccia matta (anche se per il mio fisico è veleno puro, ed infatti la morosa non me la lascia finire), buoni i crostini sebbene io non sia esattamente un appassionato di cavolfiore, ottimo il raviggiolo, anche se volendo fare un appunto va detto che questo formaggio poteva essere servito accompagnato da qualche tipo di confettura o marmellata (come spesso accade). Passiamo poi ai primi: zuppa di legumi e farro per la morosa (veramente buona, mi sono pentito di non averla presa anch’io) mentre io scelgo i tortelli verdi con salsiccia e pomodoro. Anche se dopo poco in tavola mi arriva un piatto di ravioli. Il fatto che siano gialli e conditi con pancetta ed erbette di campo mi fa sospettare che non siano esattamente il piatto che avevo ordinato. Il cameriere nota la mia aria dubbiosa e mi chiede se è tutto ok. Io gli spiego che avevo ordinato altro e lui si dirige in cucina. Dopo poco ritorna, scusandosi ed ammettendo che la cuoca si è sbagliata ed ha preparato i ravioli gialli al posto dei tortelli verdi. Io non mi formalizzo ed accetto di buon grado il piatto di ravioli, che tra l’altro hanno un aspetto splendido e che si riveleranno ottimi. Mentre me li sto pappando arriva al tavolo direttamente la cuoca con tanto di grembiule e viso paonazzo, scusandosi del disguido e chiedendomi se potevo scusarla. Ovviamente la scuso, ci mancherebbe, anzi l’avrei pure abbracciata tanto erano buoni i ravioli! Dopo questa girandola di emozioni non ce la sentiamo di ordinare il secondo, un po’ perché siamo sazi ed un po’ perché la scelta non è esaltante: classica grigliata di carne e qualche piatto insospettabile come baccalà con patate arrosto ed aringa al forno. Saltiamo al dolce, un semifreddo al nocino con cioccolata fusa che non è niente male, anche se non esattamente fatto in casa. Il semifreddo era più freddo che semi, anzi era discretamente congelato tanto che si tagliava a fatica con il cucchiaino. Ci riprendiamo dalla faticata con un buon digestivo e qui, sorpresa! La carta dei vini, già piuttosto fornita, nasconde in fondo due pagine con una bella scelta di una quarantina di grappe di tutti i tipi, con aggiunta dell’immancabile limoncello di Sorrento (vabbè, ormai si trova ovunque) e pure alcuni rum invecchiati (forse sono io che non sono aperto alle contaminazioni ma non mi verrebbe mai in mente di venire qui a bere il rum…) E poi si sono scusati per l’errore dei tortelli/ravioli più di una volta, con aggiunta di scuse personali della cuoca. Non è da tutti. Quanto si spende? Direi il giusto, 16 euro a testa (senza secondo e senza vino, ad onor del vero). Ma i prezzi in generale sono nella media di questo tipo di locale. Mi è piaciuto: La cucina, che si rivela ottima, particolarmente legata ai prodotti del territorio (e nella fattispecie ai prodotti del Parco Casentinese) ed alla tradizione, con piatti quali baccalà e trippa (in determinati giorni) non sempre facili da trovare. La gentilezza dei gestori, davvero squisita. Ed il locale in se, ben tenuto e con la chicca del balconcino sul fiume. Ah, gran bella toilette. Profumatissima e spaziosa. Non mi è piaciuto: Beh, l’errore dei tortelli è comunque un errore… anche se poi i ravioli erano ottimi! Anche se mi resta un dubbio: da dove sono saltati fuori i ravioli con pancetta ed erbette di campo, se nel menù che ci è stato portato non erano menzionati? Ed a proposito del menù, questo ha due difetti. 1) fa senso al tatto (come spiegato sopra) e 2) potrebbe essere integrato con qualche proposta in più, e magari da qualche piatto del giorno scritto sulla classica lavagnetta alla parete… Anche perché molti dei clienti abituali attorno a noi richiedevano espressamente alcuni piatti che non comparivano nel menù, venendo accontentati. Quindi, se la cucina è in grado di sfornare più piatti, perché non scriverlo da qualche parte? E poi forse, ad essere pignoli. le porzioni non sono troppo abbondanti, diciamo che si mangia ma non si esce con la pancia che scoppia, via… Il mio giudizio: Bel localino tranquillo e raffinato, quasi inaspettato in una cittadina non proprio ricca di locali come Santa Sofia. E con una cucina dall’aspetto quasi povero ma gustosa, ingegnosamente legata ai prodotti tipici del luogo e che per questo varia anche notevolmente con le stagioni. La gente del posto (e non solo) da l’impressione di frequentare assiduamente quest’osteria, dato che molti dei clienti chiacchierano da vecchi amici con i gestori e richiedono espressamente alcuni piatti fuori menù… (sì, la cosa mi ha inviperito, ed allora? La prossima volta gli rompo le scatole anch’io con qualche richiesta extra, ecco…) |